Hic hic hurrà!

starbucks

di Cristina Pezzali

 

Il modo classico per gli americani, ma non solo, per iniziare la giornata, è una robusta colazione, seguita poi da un pranzo leggero e da una cena abbondante, nel corso della giornata.

Ovviamente gli alimenti utilizzati in una colazione possono essere i più diversi, in base ai gusti personali, alle abitudini del luogo, alla stagione, ma soprattutto in base al tempo da dedicare a questo momento mattutino. Sono sempre di più, infatti, le persone che si accontentano di una tazza di caffè e corrono al lavoro, mentre rispettano solo nei fine settimana o nelle feste il rito della colazione classica, che però richiede il giusto tempo sia nella preparazione che nel consumo.

 

Tra le bibite, sia calde che fredde, troviamo prima di tutto il latte.

Comincio da qui non perché sia l’accompagnamento più diffuso ma perché fa parte della colazione dell’infanzia e, anno più anno meno, segue i ragazzi fino all’adolescenza.

Il latte, generalmente freddo, viene accompagnato da flakes, oppure riscaldato con l’aggiunta di cacao per una cioccolata leggera.

 

Non manca un succo di frutta, possibilmente fresco. La  più diffusa  è sicuramente la spremuta di arancia, anche se troviamo ananas e pompelmo oppure qualche frutto tropicale, specialmente negli stati del sud, al confine col Messico.

Sono spesso presenti anche centrifugati di frutta o verdura, lisci o con yogurt o latte.

 

Le bevande più frequenti e che assolutamente non mancano mai son però il caffè e il tè.

 

Per quanto riguarda il caffè, pensando agli americani, abbiamo tutti in mente dei grossi bicchieroni di carta con la cannuccia, riempiti da un caffè lungo, ormai diventati uno stereotipo.

Di caffè ne esistono però di diversi tipi e sono tutti sia reperibili che apprezzati anche negli USA.

Il caffè è una bevanda nervina che contiene sostanze stimolanti per il nostro organismo, è particolarmente apprezzato al mattino in quanto favorisce la concentrazione e aumenta l’attenzione, se assunto nelle giuste dosi.

L’origine della prima pianta, o della prima volta che è stata bevuta una bevanda ricavata da questa pianta, non è così certa, ma siamo nella zona dell’Abissinia, mentre la successiva diffusione si ha poi verso l’Arabia e lo Yemen. Se però l’origine è incerta, abbiamo prove documentate sul fatto che nel 1300 salpavano navi cariche di caffè dal porto di Mokha, nello Yemen.

Esistono diverse specie, classificate in base all’aroma in tazza ma anche a seconda della zona in cui viene raccolta.

Tra le principali citiamo: la Coffea Arabica e la Coffea Canephora, più conosciuta come Robusta.

L’Arabica è la più coltivata, originaria dell’Abissinia e introdotta successivamente in tutti i paesi del mondo con clima subtropicale.

La Robusta è coltivata soprattutto in Africa e Indonesia.

Innumerevoli sono poi tutte le miscele che derivano dalla sensibilità di produttori e degustatori specializzati, detti i “nasi del caffè”.

I frutti del caffè si presentano a chicchi rossi e nella lavorazione, dopo la raccolta, vengono privati della pellicina che li ricopre (detta pergamino) e della polpa. I chicchi, ancora verdi, vengono suddivisi in base al calibro e inviati in torrefazione per essere sottoposti alla tostatura ad una temperatura tra i 200° C e i 240° C, per permettere l’acquisizione della maggiore e più varia ricchezza aromatica e il colore tipico del chicco, detto “a tonaca di frate”, il più apprezzato in Europa, diversamente dall’America del Nord che invece preferisce una tonalità più chiara.

Diversi sono i modi di preparazione del caffè:

L’Espresso, tipico italiano e preparato con l’apposita macchina, estrae una quantità elevata di aromi e permette anche la produzioni di un numero elevato di tazzine, adatto al bar. La lavorazione a macchina con temperature molto elevate, permette la fuoriuscita di sostanze oleose e colloidali, responsabili della cremosità e ricchezza del gusto.

La Moka, costituita da tre parti: la caldaia in cui si mette l’acqua che deve rimanere al di sotto della valvola di sicurezza, il filtro, in cui si mette la polvere di caffè, non troppo pressata e la parte superiore con il beccuccio, in cui verrà raccolto il caffè pronto da bere. La Moka va scaldata a fiamma bassa, senza far superare al fuoco i bordi esterni, per la giusta diffusione uniforme del calore.

La Napoletana è usata ancora in diverse parti d’Italia ed è composta da due parti cilindriche con un filtro in mezzo, in cui si inserisce il caffè macinato grosso, nella parte inferiore si mette l’acqua e al raggiungimento della bollitura, quando cioè il vapore esce fischiando dal forellino di sfiato, si toglie dal fuoco e si capovolge. Il caffè si raccoglie nella parte inferiore, per caduta.

Il sistema Turco, utilizzato ampiamente in diversi paesi affacciati sul bacino mediterraneo orientale, si compone di un bricco di ottone o rame in cui si mettono acqua e zucchero e si portano lentamente all’ebollizione. Si toglie poi il bricco dal fuoco e si aggiunge polvere di caffè macinato fine e lo si rimette a bollire. L’operazione si ripete per tre volte. Al termine si aggiunge un cucchiaino di acqua fredda per facilitare il deposito del fondo.

Il sistema a “percolatore” E’ un metodo che utilizza un filtro di carta a forma di imbuto in cui è contenuta la polvere di caffè macinata molto fine e posato su un recipiente, generalmente di vetro. Sopra si fa scendere lentamente dell’acqua calda  che,  passando attraverso la polvere, scende con gli aromi nel recipiente sottostante. Questo sistema di preparazione è diffuso soprattutto nel Nord America, Nord Europa e anche in Francia.

 

Altra bevanda diffusa nella colazione americana (e non solo) è il Tè.

I benefici della bevanda derivata dalle foglie del tè erano conosciuti già nella Cina del 200 a.C. quando si sapevano distinguere le diverse qualità, le zone di coltivazione, quali foglie raccogliere e come trattarle e conservarle.

Ma la scoperta del tè si fa risalire al mitico imperatore Shen Nung, vissuto ben nel 2700 circa a.C.

Con la crescita della domanda da parte della popolazione è stata anche incentivata la coltivazione di qualità da parte degli imperatori, fino ad arrivare a tempi più recenti in cui gli inglesi in India e gli  olandesi in Indonesia, hanno iniziato a curare i propri campi, con l’obiettivo sia di portare il prodotto in Europa, dove velocemente si è diffuso, che di incamerarne le relative tasse.

In America fu Boston la prima città in cui è stato possibile acquistare tè, nel 1690, importato dagli inglesi con l’aggiunta di notevoli dazi di importazione e con la concorrenza degli olandesi che lo importavano invece di contrabbando. Tutto questo durò fino alla guerra di indipendenza americana del 1775 con cui finalmente lo si è potuto importare direttamente dalla Cina a costi più sostenibili.

Purtroppo furono infruttuosi i tentativi di coltivazione del tè sul suolo americano, ma la grande richiesta a seguito della diffusione di questa bevanda, fa di questo paese uno dei maggiori importatori a livello mondiale ancora oggi.

Negli Stati Uniti è veramente molto apprezzato il tè freddo, anche se in abbinamento alla colazione è preferito caldo.

La pianta del tè, Camelia sinensis, è usata anche come pianta ornamentale ed ha piccoli fiori simili a roselline.

A seconda della varietà, si riscontrano diversi tipi di foglie, anche molto diverse tra loro, alcune filiformi altre larghe fino a 10 cm. E anche l’altezza può essere molto varia, dai 5 metri fino ai 18 metri, sempre in base alla specie.

La parte che interessa l’infuso è quella delle foglie, ma la pianta, nella sua interezza, risente della composizione del terreno su cui è coltivata e prende di conseguenza aromi e caratteristiche tipiche in zone diverse.

In Cina si distinguono generalmente 6 tipi di tè: bianco, giallo, verde chiaro, verde, rosso e nero.

In Occidente non si distingue tra verde e verde chiaro.

Il tè bianco, leggermente fermentato, ha una fragranza delicata ma persistente e prende il nome da una leggera peluria che ricopre le foglie, già più chiare rispetto a quelle di altre specie, oltre che dall’infuso che ne deriva, più scarico di colore. Ha un gusto dolce, che lascia invece un retrogusto dolceamaro e che all’inizio viene percepito come insipido, mentre necessità solo di qualche lungo istante per essere apprezzato.

Il tè giallo non è fermentato e deve il suo colore al processo di lavorazione. Paga un po’ lo scotto della bruttezza delle foglie che, presentandosi di colore giallo, sembrano marce….. non è quindi molto richiesto ed è anche raro da trovare. Per spezzare una lancia in suo favore, dobbiamo però riconoscergli un gusto puro e un aroma intenso che lasciano la bocca pulita e fresca.

Il tè verde chiaro, sempre dal colore delle sue foglie, tende ad avere un sapore con sfumature erbacee e un retrogusto leggermente salato. E’ molto apprezzato per il suo gusto deciso e gradevole.

Il tè verde ha un sottile aroma affumicato di fondo che si percepisce più al gusto che all’olfatto, più debole. Ha un odore di fresco e un gusto erbaceo.

Il tè rosso prende il nome dalla tonalità della bevanda. Ha un aroma intenso, dolce e persistente e mantiene il suo sapore anche con l’aggiunta di altri ingredienti, quindi lo si trova spesso unito a fiori differenti o servito con latte o zucchero. E’ molto conosciuto in occidente perché tutti i tè inglesi sono rossi.

Il tè nero invece, non è per nulla nero! Produce una bevanda abbastanza chiara con piccole tracce scure, tale da sembrare “acqua sporca”. Ha un aroma poco gradevole all’inizio, come di metallico, di medicina, ma il suo gusto cambia ad ogni sorso, lasciando alla fine un sapore dolceamaro e gradevole e la bocca pulita e fresca.

 

Hic hic hurrà!
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Mari 10/15/2013 18:32

Quante informazioni! Grazie, molto interessanti i dettagli sul caffè e sul tè.

Cristina P. 10/15/2013 21:16

Grazie Mari, davvero!

Roberta 10/15/2013 11:17

Splendido, splendido post! Grazie infinite Cristina

Cristina P. 10/15/2013 14:04

Grazie a te per aver proposto questo argomento e tutti gli spunti che ne derivano.
Ringraziano anche i miei figli, anche se non distinguono più tra colazione e cena, ormai in casa ci sono uova ovunque.

Mapi 10/15/2013 08:36

Una carrellata utilissima e... come sempre ho imparato qualcosa!!!
Certo, da un Sommelier speravo di potermi sentir dire che un goccetto al mattino fa sempre bene, ma pazienza. ^_^
Grazie Cri!!!

Cristina P. 10/15/2013 14:02

Mapi, dai, non farmi dire davanti a tutti che un goccetto va sempre bene... lo sappiamo, lo sappiamo bene, purchè sia un goccetto, però, e senza esagerazioni.